La violenza contro le donne è una piaga che ferisce l’intera società, senza distinzione culturale, sociale, economica o religiosa. Ogni giorno i media raccontano storie diverse, ma in realtà tutte tragicamente simili: donne denigrate, abusate, private della libertà e dei propri diritti da uomini incapaci di accettare un “no”, soprattutto se pronunciato dalla “loro” donna.
Le donne, però, ai “no” sono abituate. Per decenni hanno visto negate la loro dignità e la loro parità in ogni ambito della vita. Nel mondo del lavoro, i contratti spesso non garantiscono equità né rispetto dei diritti delle lavoratrici; le retribuzioni restano legate più al genere che alle competenze o all’esperienza; la carriera, per molte, è ancora un miraggio. Nei “piani alti” delle imprese e delle istituzioni, la presenza femminile rimane tuttora irrisoria.
Un ambiente lavorativo che non promuove rispetto, sicurezza e parità contribuisce, seppur indirettamente, alla cultura che alimenta la violenza di genere. Lo stesso vale per la politica, dove per secoli le donne non hanno avuto voce: escluse dai luoghi decisionali, ridotte a comparse in un mondo maschile, sono rimaste ai margini fino al secondo dopoguerra. Solo dopo la tragedia del conflitto, con la nascita della Repubblica, iniziarono a conquistare spazio nello scenario pubblico e istituzionale, dimostrando che la loro presenza poteva cambiare davvero la politica e la società.
Le donne – e in particolare le donne socialiste – hanno sempre fatto la differenza, promuovendo riforme, dibattiti e conquiste a partire da un principio chiaro: per cambiare davvero le cose, bisogna “esserci dentro”.
“Femminilizzare la politica” significa restituirle completezza, sensibilità e umanità.
Anni di lotte, sacrifici e umiliazioni hanno segnato il cammino di donne che, con intelligenza e determinazione, hanno contrastato una cultura patriarcale radicata e ostinata. Con il referendum del 2 giugno 1946, alcune compagne ebbero l’onore e l’onere di essere elette tra le 21 donne della Costituente: Bianca Bianchi e Angelina Merlin si batterono con forza per il riconoscimento della pari dignità e dei diritti delle donne, offrendo un contributo fondamentale alla nostra Costituzione.
Prima di loro, Anna Maria Mozzoni, socialista, aveva già promosso all’inizio del Novecento la battaglia per il suffragio universale. E naturalmente Anna Kuliscioff, di cui quest’anno ricorre il centenario della morte, che insieme a Filippo Turati fondò il PSI e diresse la rivista Critica Sociale, “la nostra figlia di carta”, divenuta presto uno strumento prezioso per l’emancipazione femminile e la difesa delle lavoratrici.
Molte altre donne, socialiste e non, hanno continuato con determinazione quelle battaglie, ottenendo vittorie storiche: la legge sul divorzio, sull’aborto e sulle pari opportunità. Ogni atto di violenza, fisica o verbale, contro le donne è un attacco diretto a quei diritti e a quella dignità conquistati con tanta fatica e sacrificio.
I femminicidi, in costante aumento nel nostro Paese – gli ultimi due a Milano, a distanza di sole due settimane – ci ricordano che quelle battaglie non sono ancora vinte. Il retaggio del ventennio fascista, che interruppe bruscamente il processo di emancipazione femminile imponendo una cultura patriarcale, machista e misogina – la stessa che arrivò a infierire persino sul feretro di Anna Kuliscioff – sembra sopravvivere ancora oggi in un sottobosco culturale incapace di accettare la fine dei ruoli tradizionali.
Contrariamente alle scelte miopi di un Governo che recentemente ha vietato l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole medie, noi socialisti riteniamo che la prevenzione passi anche attraverso l’educazione: aiutare i ragazzi a conoscere se stessi e il proprio corpo, costruendo relazioni fondate sul rispetto, sull’ascolto e sull’accettazione del limite.
La scuola non può essere l’unica agenzia educativa a cui delegare questo compito; le famiglie restano le prime e legittime protagoniste dell’educazione dei figli. Tuttavia, laddove la famiglia è assente o in difficoltà, la scuola rimane spesso l’unico presidio di democrazia e legalità sul territorio.
Le Istituzioni, dal canto loro, devono garantire alle vittime e ai loro familiari assistenza psicologica, legale ed economica adeguata, assicurando la piena applicazione delle leggi e promuovendo campagne di sensibilizzazione che invitino tutti a non voltarsi dall’altra parte, ma ad assumersi le proprie responsabilità.
Solo attraverso una presa di coscienza collettiva, che coinvolga l’intera società civile, potremo sperare di vincere questa battaglia e smettere, finalmente, di dover dedicare nuove panchine rosse nei nostri parchi.
Ivana Broi e Monica Cagno
Donne Socialiste PSI Milano Area Metropolitana


Solo attraverso l’educazione, l’istruzione, la conoscenza e non con il finto è falso moralismo della dx