Quando parliamo di giovani, parliamo davvero con loro?

Quando parliamo di giovani, parliamo davvero con loro?

C’è una frase che sentiamo ripetere da anni: “i giovani sono il futuro“. Un’espressione consolatoria, che forse suona bene nei discorsi ufficiali ma che di fatto rimanda tutto a un domani indefinito. Parliamo di persone tra i venti e i trentacinque anni, non di ragazzini. Come se i giovani fossero una risorsa da tenere di scorta, da tirare fuori quando e se servirà. Ma la verità è che i giovani non stanno in sala d’attesa ad aspettare: vivono, lavorano, creano, si spostano. Sono qui, adesso, ma non è detto lo siano anche un domani.

Eppure continuano ad essere trattati come una variabile da gestire. Li si invoca in campagna elettorale, li si cita nei programmi, e poi nelle scelte concrete – quelle che riguardano il lavoro, la casa, gli spazi urbani – troppo spesso prevalgono altre priorità, altri interessi. Il risultato di questo è sotto gli occhi di tutti: generazioni che vivono una grave precarietà, che rimandano scelte fondamentali di vita, che se riescono se ne vanno altrove. Quando il sistema non ascolta, finisce per bloccarsi.

In un recente articolo sull’Avanti ho riflettuto sul conformismo in politica, e cioè su come certe strutture continuino a riprodurre se stesse anche quando è evidente che non funzionano più. È quello che succede con i giovani: si pretende che si adattino a un mercato del lavoro che offre sempre meno garanzie, che accettino affitti che divorano tre quarti di un modestissimo stipendio, che aspettino il loro turno in un sistema che quel momento spesso non arriva mai a concedere. E quando a loro volta provano a dire che qualcosa non va, che servirebbero altri modelli, altri linguaggi, altri modi di pensare il lavoro e la città, la risposta è spesso un “non è il momento”, “bisogna essere realisti”, “è sempre stato così”. Come se l’esperienza delle generazioni precedenti fosse l’unico parametro valido per leggere il presente e guardare al futuro.

Ma una metropoli che smette di ascoltare chi la vive ogni giorno è un luogo che perde energia, che si impoverisce, che diventa la catacomba di se stessa. Senza le nuove generazioni non c’è vera innovazione, non c’è quella capacità di guardare le cose da prospettive diverse che serve per affrontare i problemi di oggi – dalle guerre alla crisi climatica, dalla solitudine urbana alla tenuta del tessuto sociale e all’ingente disagio economico. In altre parole: cosa vorrebbe dire costruire con i giovani?

Parlare di “città dei giovani” rischia di suonare vuoto se non si traduce in scelte concrete. E qui non servono proclami, servono fatti. Prendiamo il lavoro: Milano offre opportunità, certo, ma troppo spesso sotto forma di stage eterni, lavori occasionali, partite IVA che mascherano rapporti di dipendenza, contratti che si rinnovano ogni tre mesi. Parliamo spesso di persone laureate, con competenze ed esperienze, non di principianti senza qualifiche. Come si fa a progettare una vita così? Come si fa a pagare un affitto con uno stipendio da milleduecento euro? È evidente, anche se la classe politica sposta l’argomento su altro, che gli stipendi in Italia, soprattutto ma non solo per i giovani, sono gravemente inadeguati. Mi chiedo: perché continuare a essere gli ultimi in Europa? Servono retribuzioni dignitose, che valorizzino anziché mortificare, che permettano di vivere e non solo di sopravvivere. Senza questo, tutto il resto rimane sulla carta.

Poi c’è la casa. Gli affitti a Milano sono insostenibili per chi ha meno di trent’anni e non ha una famiglia che aiuta. Il risultato è che in molti continuano a vivere con i genitori ben oltre l’età in cui vorrebbero essere autonomi, o condividono appartamenti in quattro, cinque persone. Non per scelta, ma per necessità. E gli spazi? Quanti luoghi culturali, sociali, ricreativi sono pensati davvero insieme ai giovani, e quanti invece sono progettati “per loro” da chi poi non li frequenterà mai? C’è una differenza enorme tra creare spazi che rispondono a bisogni reali e creare contenitori vuoti che nessuno userà nemmeno una volta.

Serve, inoltre, un’autentica partecipazione alla vita politica. Non consultazioni formali dove le decisioni sono già prese, ma processi in cui le idee dei giovani contano davvero, possono cambiare le cose. È inoltre necessario un sostegno all’imprenditorialità: non basta dire “fate impresa”, bisogna semplificare l’accesso ai finanziamenti, ridurre tassazione e burocrazia, creare reti di supporto.

Milano può scegliere. Milano ha tutto per essere una città che valorizza le nuove generazioni: ha un tessuto economico vivace, università di livello, un’offerta culturale importante, capacità di attrarre talenti da tutta la nazione e dall’estero. Ma c’è una domanda che bisogna porsi con molta onestà: vuole essere una città che consuma o che moltiplica le energie giovanili? Una città che trattiene i talenti o che dopo averli formati li guarda partire? La risposta non è scontata. Dipende dalle scelte che facciamo oggi. Come Partito Socialista Italiano crediamo che una società evolva davvero solo quando dà spazio alle sue giovani generazioni. Non come categoria da assistere con qualche bonus, ma come protagonisti da ascoltare, coinvolgere, valorizzare e rafforzare. Perché hanno qualcosa da dire, e spesso hanno effettivamente ragioni da vendere. I giovani non vogliono aspettare il domani, vogliono vivere oggi, e ne hanno pieno diritto! Se continuiamo a rimandare, sarà già troppo tardi.

Cesare Marangiello, PSI Milano

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